Apprezzato alla Mostra del cinema di Venezia “Behemoth”, il
documentario di Liang Zhao che racconta il dramma dei minatori impegnati
nell’estrazione di ferro e carbone. Il regista propone un viaggio metaforico
senza redenzione che, dall’inferno sotterrano, conduce al Paradiso amaro delle
new city sterminate e deserte
VENEZIA - Nel “Libro di Giobbe” Behemoth è una creatura
imbattibile per tutti, tranne che per Dio. Entità biblica, leggendaria e
possente, questo mostro – simbolo della supremazia del Creatore su tutti gli
esseri viventi – presta il proprio nome allo sconvolgente documentario che il
regista cinese Liang Zhao ha dedicato alla vita di chi lavora nelle miniere di
carbone e ferro della Mongolia e recentemente apprezzato alla 72° Mostra
internazionale del cinema di Venezia, dove è stato in concorso.
Tra gli inferi, nei
cunicoli, dove il lavoro è dolore.
L’opera di Liang Zhao non esita a scomodare un suggestivo
parallelismo con la “Divina commedia”. Ritratti come gironi dei dannati, i
giacimenti che penetrano le viscere della Terra diventano, infatti, metafora
emblematiche delle bocche dell’Inferno. Qui, dunque, inizia il viaggio,
scandito dalle parole fuori campo dello stesso regista, novello Virgilio: una
terribile discesa in ascensore, che pare non finire mai, per poi proseguire a
bordo di un carrello che percorre cunicoli e cunicoli, cogliendo il dramma e la
fatica straziante degli uomini impegnati nell’attività estrattiva. Ripresi in
primissimo piano, i minatori mostrano i lineamenti dei loro volti deturpati
dalla fatica, le mani nere, i calli, gli occhi e le smorfie di dolore. Perché a
“Behemoth” il lavoro è davvero dolore autentico.
La cava come una
creatura mitologica divoratrice.
L’enorme cava viene rappresentata in tutto il suo
gigantismo, come una mostruosa creatura mitologica: da qui escono fiamme e
rumori assordanti, qui crollano montagne minate, da qui si mettono in coda
centinaia di camion che trasportano i materiali strappati da centinaia di
uomini costretti a vivere senza luce, compressi sotto terra, nel precario
equilibrio di un’impalcatura di legno, tra paura e polvere. Ognuno di loro
“indossa” una maschera di fuliggine nera, che li rende anch’essi creature
irreali, tutte senza volto, eppure tutte sofferenti.
La “luce” alla fine
del viaggio: città gigantesche, pulite e senza vita.
Il viaggio infernale continua, così, in un ipotetico
Purgatorio rappresentato dalle fasi di lavoro successive all’estrazione: quello
della frantumazione del ferro e del carbone, della loro fusione nei forni, tra
fumi tossici e miasmi assassini. La tappa finale di questo percorso è un arrivo
sconcertante: le file di camion che trasformano la materia finita raggiungono
città enormi, pulitissime, asettiche, battute da spazzini attenti a raccogliere
anche la più piccola foglie che si stacca dai rami degli alberi. Metropoli
gigantesche, segnate dai grattacieli e identiche: vuote, deserte e senza vita,
ecco le “new city” costate decine di miliardi di dollari, quotate in Borsa e
oggi disabitate. E’ questo l’unico Paradiso possibile.
Al film il Green Drop
Award 2015.
Dedicato alle migliaia di minatori morti o malati e alle
loro famiglie, “Behemoth” – vincitore del “Green Drop Award 2015”, il premio
assegnato da Green Cross Italia al film che meglio interpreta i valori della
sostenibilità ambientale – è un viaggio che lascia poche speranze e un potente
atto d’accusa contro un “Moloch” industriale che, macinando polvere e fuoco,
vede nell’uomo una bestia sacrificale, soffocata da un crollo sotterraneo o
legata a un respiratore, in ospedale, dopo troppi anni passati tra polvere e
carbone.
“Una meditazione
sulla civiltà moderna, dove si accumula ricchezza mentre l’uomo perisce”.
“Nella Divina Commedia, Dante attraversa in sogno l’Inferno,
il Purgatorio e il Paradiso. In Behemoth mi sono ispirato a lui e ho descritto
un’enorme catena industriale, in cui i colori rosso, grigio e blu rappresentano
rispettivamente i tre regni danteschi – ha affermato Liang Zhao – Attraverso lo
sguardo contemplativo del film, analizzo le condizioni di vita dei lavoratori e
l’insensato sviluppo urbano: è la mia meditazione critica sulla civiltà
moderna, in cui si accumula ricchezza mentre l’uomo perisce”.
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