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domenica 17 maggio 2015

Straordinari: il compenso forfettario non può essere ridotto unilateralmente

Nella sentenza n.9458 dell’11 maggio 2015, la Corte di Cassazione ha precisato che il compenso forfettario pattuito dalle parti per il pagamento delle prestazioni di lavoro straordinario costituisce, di fatto, un superminimo che, una volta entrato a far parte della retribuzione ordinaria, non può essere ridotto unilateralmente dal datore di lavoro.

Si riporta il testo integrale della pronuncia in commento:

Corte di cassazione, sentenza 11 maggio 2015, n. 9458

Svolgimento del processo

Con sentenza del 14 marzo 2007 la Corte d’appello di Torino ha confermato la sentenza del Tribunale di Torino del 20 novembre 2004 che ha condannato la (...) s.p.a. al pagamento in favore dei lavoratori indicati in epigrafe degli importi dovuti a titolo di compenso a forfait per eventuale lavoro straordinario. La Corte territoriale, riproducendo la motivazione di altra sentenza pronunciata su questione identica e confermata dalla Corte di Cassazione, ha ritenuto che in realtà il compenso forfetario costituisse un superminimo, che prescindeva in realtà dallo straordinario effettivamente prestato, e che era entrato a far parte della retribuzione ordinaria, e perciò non poteva essere ridotto unilateralmente.

La (...) s.p.a. ha proposto ricorso per cassazione avverso questa sentenza affidato ad un unico motivo.

Resistono i lavoratori con controricorso.

Entrambe le parti hanno presentato memoria e, in relazione alla posizione le stesse parti hanno presentato verbale di conciliazione.

Motivi della decisione

Riguardo alla posizione di (...) deve dichiararsi l'avvenuta cessazione della materia del contendere, cui fa seguito l'estinzione del processo. La intervenuta conciliazione della lite successivamente alla proposizione del ricorso per cassazione, infatti, comportando la sostituzione del nuovo assetto pattizio voluto dalle parti del rapporto controverso, alla regolamentazione datane dalla sentenza impugnata, che resta così travolta e caducata, fa venire meno l'interesse alla naturale definizione del giudizio e determina - come chiarito anche di recente da Cass. sez. un. 28 settembre 2000 n. 1048 - la cessazione della materia del  contendere con conseguente estinzione del processo. Nulla si dispone sulle spese in questa sede, avendo le parti già concordato il loro regolamento in sede transattiva.

Con l’unico motivo si lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e seguenti, 2077, secondo comma, 1372 e 1340 cod. civ. in relazione al disposto dell’art. 5 del r.d.l. 15 marzo 1923, n. 692; carenza e contraddittorietà della motivazione su un punto essenziale della controversia. In particolare si deduce, innanzi tutto, che la sentenza impugnata avrebbe ignorato e superato i dati documentali in atti, ed errato così nell'interpretazione del contratto, che parlava di compenso forfetario per lavoro straordinario. Quest'ultimo costituiva una modalità di pagamento dello straordinario, alternativa rispetto a quella ordinario, e che prescindeva dall'effettiva prestazione e dalla relativa autorizzazione. Se il lavoro straordinario prestato era inferiore al forfait ricevuto, non per questo si trasformava in un miglioramento retributivo. La possibilità per il datore di lavoro di pagare lo straordinario effettivo oppure di compensarlo forfetariamente attribuita al datore stesso configurava un'obbligazione facoltativa, e la scelta tra le due modalità di adempimento spettava allo stesso debitore. La datrice di lavoro ne aveva fatto uso legittimamente comunicando ai dipendenti che avrebbe pagato soltanto le ore di lavoro effettivamente prestate. La ricorrente nega che si potesse fare uso della valutazione del comportamento complessivo delle parti per dedurne elementi utili alla tesi del superminimo, perché si trattava di una valutazione ex post. Sarebbe stato necessario, piuttosto, valutare ex ante, se l'entità dello straordinario forfetizzato fosse congrua rispetto alle reali esigenze aziendali. Né poteva rilevare - a differenza di quanto ritenuto dalla sentenza impugnata - il fatto che il forfait potesse essere corrisposto in misura notevolmente diversa tra lavoratori con sostanziale - parità di anzianità aziendale e di retribuzione complessiva. Trattandosi di una erogazione per prestazione straordinaria, anche se ipotetica, non avrebbe trovato applicazione il principio della irriducibilità della retribuzione.

Il ricorso non è fondato e non può trovare accoglimento, alla stregua di quanto già deciso con le sentenze di questa Corte n. 22050/2006, n. 542/2011 e n. 15781/2011, dalle quali non vi sono ragioni per discostarsi. Sotto un primo profilo, nel merito, il ricorso non è ammissibile, perché ripropone, in realtà, questioni di fatto non più suscettibili di riesame in questa sede di legittimità. La ricorrente contesta, infatti, l'affermazione contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui il compenso forfetario in discussione avrebbe dovuto essere imputato a "superminimo" e non a "lavoro straordinario", e lamenta espressamente che questa ricostruzione avrebbe ignorato i dati documentali, criticando così la ricostruzione effettuata dalla Corte di Appello di Torino di questo aspetto del rapporto contrattuale. L'interpretazione dei contratti, e più ampiamente dei rapporti negoziali, compete, però, al giudice del fatto, e, nel merito, non è suscettibile di riesame in sede di legittimità; non può essere impugnata nel merito, ma soltanto sotto il profilo del vizio di motivazione, come, del resto, è stato in ammissibilmente fatto.

Sotto un altro aspetto l'impugnazione è infondata. Come si è detto, la società (...) lamenta che la sentenza abbia ignorato i dati documentali, e cioè le lettere attributive, inviate ai dipendenti interessati e da loro sottoscritte, nelle quali comunicava i miglioramenti retributivi specificando che venivano corrisposti a titolo di compenso forfetario per eventuale lavoro straordinario. La sentenza, peraltro, ha motivato congruamente, attraverso una serie di passaggi logici strettamente concatenati tra loro, le ragioni per le quali giungeva alla conclusione che quella voce retributiva in realtà costituisse un superminimo. In particolare ha spiegato in dettaglio: che, in base alle norme della contrattazione collettiva, ai caporeparto, quali erano appunto gli attuali controricorrenti, non era dovuto alcun compenso speciale salvo per i servizi di notte o nei giorni festivi; che, di conseguenza, la ditta non aveva alcun obbligo di corrispondere un compenso specifico per le prestazioni rese al di fuori dell'orario di lavoro, ma non in orario notturno, ne' in giorno festivo; che le prestazioni straordinarie rese in orario notturno, o in giorno festivo, erano state sempre retribuite a parte, al di fuori della posta retributiva in discussione; che la circostanza, allegata dalla ditta, secondo cui il compenso forfetario sarebbe stato introdotto per incentivare il cosiddetto straordinario "ordinario", non emergeva dalle lettere che lo avevano istituito. Ha argomentato, inoltre, che il significato effettivo della pattuizione poteva essere ricercato anche avvalendosi di elementi extratestuali, ed innanzi tutto attraverso il comportamento complessivo delle parti, anche posteriore all'istituzione del compenso forfetario. Ha rilevato a questo proposito, in fatto, che, a parità di anzianità e di retribuzione complessiva, i compensi forfetari riconosciuti ai diversi interessati differivano in misura considerevole nelle misure, deducendone che non erano correlati all'entità presumibile della prestazione straordinaria resa, ma si riferivano ad altri aspetti del rapporto. Queste argomentazioni molto concrete, e le altre di contorno pure sviluppate nella sentenza, non appaiono scalfite dalle argomentazioni di segno contrario della società ricorrente. Quest'ultima si basa, innanzi tutto, sul testo letterale delle lettere di attribuzione, sul fatto che specificassero che il compenso forfetario veniva riconosciuto per l'eventuale lavoro straordinario.

In realtà il criterio letterale non è assoluto ne' assorbente. Secondo la ricorrente l'interprete doveva ricercare la volontà negoziale sulla base delle espressioni utilizzate nel testo e non poteva cercare un significato diverso da quello letterale. Questo criterio, però, può valere soltanto per i casi in cui il testo letterale sia sufficientemente chiaro, e non consenta dubbi sul suo significato e sulla effettiva volontà delle parti. Non può valere, in ogni caso, per la qualificazione giuridica del contratto e delle singole clausole che ne fanno parte.

Le categorie giuridiche, gli istituti cui ricondurre i termini dell'accordo negoziale, debbono essere individuate dal giudice del merito, che non è vincolato dai termini utilizzati dalle parti, perché questi ultimi possono risultare errati, e non necessariamente per consapevole volontà di occultare l'effettivo contenuto del contratto, ma anche per improprietà di linguaggio o per semplice inesattezza. Nel caso di specie il testo riportato in ricorso era sufficientemente chiaro per quel riguardava il contenuto dell'attribuzione patrimoniale, in concreto l'entità del compenso forfetario (che, infatti, di per se stessa non risulta abbia dato luogo a contestazioni di sorta) ma - come ha ritenuto in sostanza la sentenza impugnata - non lo era per quel che riguardava il titolo dell'attribuzione stessa. D'altra parte il criterio utilizzato dal giudice del merito, di fare riferimento nell'interpretazione del contratto al comportamento complessivo delle parti, anche posteriore all'istituzione del compenso forfetario, non è certo arbitrario o improprio, ma è del tutto lecito perché previsto espressamente proprio dall'art. 1362 c.c. (di cui la ricorrente ha denunziato la violazione), che precisa, al comma 2, che "per determinare la comune intenzione delle parti, si deve valutare il loro comportamento complessivo anche posteriore alla conclusione del contratto".

Corollario di quanto sinora detto è che la sentenza impugnata, per , essere congruamente motivata, priva di salti logici, e per avere fatto corretta applicazione dei canoni ermeneutici applicabili alla fattispecie in esame, si sottrae alle censure che le sono state mosse.

In conclusione, mentre il giudizio va dichiarato estinto nei confronti del (...), va rigettato nei confronti degli altri contro ricorrenti.

Le spese del grado seguono la soccombenza in danno della società ricorrente, mentre nessuna statuizione sulle spese va emessa nei confronti del (...).

P.Q.M.

Dichiara estinto il giudizio nei confronti di (...).

Rigetta il ricorso nei confronti degli altri contro ricorrenti.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate in complessivi € 100,00 per esborsi ed € 3.000,00 per compensi professionali oltre accessori di legge.

Nulla sulle spese relative al giudizio nei confronti di (...).

domenica 11 gennaio 2015

Automatica trasformazione in superminimo del forfait per lo straordinario

Nella sentenza n.16 del 7 gennaio 2015, la Corte di Cassazione ha precisato come, nel tempo, il compenso forfettario originariamente preposto al pagamento degli straordinari, possa,  con il modificarsi delle circostanze, trasformarsi automaticamente in un superminimo.

Nel caso di specie, la Corte di Appello di Torino aveva confermato la sentenza con la quale il Tribunale del capoluogo piemontese aveva condannato l’azienda a corrispondere ai lavoratori l’importo dovuto a titolo di compenso forfettario per l’eventuale lavoro straordinario.

Avverso questa sentenza, la società aveva proposto ricorso per Cassazione, lamentando che la impugnata pronuncia avrebbe ignorato e superato i dati documentali in atti, errando così nell'interpretazione del contratto,  relativamente alla clausola sul compenso forfetario per lavoro straordinario.

Detta clausola, che prescindeva dall'effettiva prestazione e dalla relativa autorizzazione,  stabiliva una modalità  di pagamento dello straordinario alternativa rispetto a quella ordinaria.

In sostanza, secondo il datore di  lavoro, in caso di straordinario prestato in misura inferiore rispetto a quello stimato nella forfettizzazione,  non per questo il maggiore importo erogato si trasformerebbe in un miglioramento retributivo. A suo dire, infatti, la possibilità  di pagare lo straordinario effettivo oppure di compensarlo forfetariamente,  attribuirebbe a suo carico  un'obbligazione facoltativa, atteso che la scelta tra le due modalità di adempimento spetterebbe  allo stesso debitore.

L’azienda aveva quindi sostenuto di aver fatto uso legittimo di tale facoltà, comunicando ai dipendenti che, a far data da un determinato momento, avrebbe pagato soltanto le ore di lavoro effettivamente prestate.

La ricorrente, dunque, aveva negato che si potesse fare uso della valutazione del comportamento complessivo delle parti per dedurne elementi utili alla tesi del superminimo, trattandosi di una valutazione ex post, mentre, piuttosto, sarebbe stato necessario valutare ex ante se l'entità dello straordinario forfetizzato fosse congrua rispetto alle reali esigenze aziendali.

Oltre a quanto sin qui riportato, il datore di lavoro aveva poi lamentato che non potesse rilevare il fatto che il forfait potesse essere corrisposto in misura notevolmente diversa tra dipendenti con  pari retribuzione complessiva ed anzianità aziendale. Trattandosi di una erogazione prevista per prestazione straordinaria, anche se ipotetica, non troverebbe applicazione il principio della irriducibilità della retribuzione.

Investita della questione, la Cassazione ha ritenuto infondate le suddette doglianze.

A proposito della censura con la quale l’azienda aveva contestato l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui il compenso forfetario in discussione avrebbe dovuto essere imputato a "superminimo" e non a "lavoro straordinario", deducendo che una simile ricostruzione avrebbe ignorato i dati documentali,  gli ermellini hanno ricordato che l'interpretazione dei contratti, e, più ampiamente, quella dei rapporti negoziali, compete  al giudice del merito, e, pertanto,  non è suscettibile di riesame  in sede di legittimità.

Nello specifico, i dati documentali che sarebbero stati ignorati,  erano costituiti  dalle lettere attributive, inviate ai dipendenti interessati e da loro sottoscritte, nelle quali erano stati comunicati i miglioramenti retributivi, con la specifica che, questi, sarebbero stati corrisposti a titolo di compenso forfetario per eventuale lavoro straordinario.

La Corte territoriale, però, aveva motivato congruamente le ragioni per le quali aveva concluso  che quella voce retributiva, in realtà, costituisse un superminimo.

In particolare, il giudice dell’appello  aveva spiegato in dettaglio che:

-         in base alle norme della contrattazione collettiva, ai caporeparto, quali erano appunto gli attuali controricorrenti, non era dovuto alcun compenso speciale salvo per i servizi di notte o nei giorni festivi;

-          che, di conseguenza, la ditta non aveva alcun obbligo di corrispondere un compenso specifico per le prestazioni rese al di fuori dell'orario di lavoro, ma non in orario notturno, né  in giorno festivo;

-          che le prestazioni straordinarie rese in erario notturno, o in giorno festivo, erano state sempre retribuite a parte, al di fuori della posta retributiva in discussione;

-         che la circostanza, allegata dalla ditta, secondo cui il compenso forfetario sarebbe stato introdotto per incentivare il cosiddetto straordinario "ordinario", non emergeva dalle lettere che lo avevano istituito.

Sempre in relazione alla clausola contrattuale in argomento, la Corte territoriale aveva argomentato, inoltre, che il significato effettivo di detta pattuizione poteva essere ricercato anche avvalendosi di elementi extratestuali, ed, innanzitutto, attraverso il comportamento complessivo delle parti, anche posteriore all'istituzione del compenso forfetario.

A questo proposito, aveva rilevato in fatto, che, a parità di anzianità e di retribuzione complessiva, i compensi forfetari riconosciuti ai diversi interessati differivano in misura considerevole nelle misure, deducendone che non erano correlati all'entità presumibile della prestazione straordinaria resa, ma riferiti ad altri aspetti del rapporto.

Si tratta di argomentazioni concrete, e che, dunque, non appaiono scalfite dalle argomentazioni di segno contrario avanzate della società ricorrente, fondate sull’assunto secondo il quale, dal testo letterale delle lettere di attribuzione, discenderebbe che il compenso forfetario veniva riconosciuto per l'eventuale lavoro straordinario.

Tuttavia, la Cassazione ha chiarito che, in realtà, il criterio letterale non è assoluto, né assorbente.

Secondo la ricorrente l’interprete avrebbe dovuto ricercare la volontà negoziale sulla base delle espressioni utilizzate nel testo e , conseguentemente, non avrebbe potuto cercare un significato diverso da quello letterale.  Di diverso avvisto, però, è stata la Suprema Corte, osservando che questo criterio può valere soltanto per i casi in cui il testo letterale sia sufficientemente chiaro, e non consenta dubbi sul suo significato e sulla effettiva volontà delle parti.

In particolare, gli ermellini hanno ricordato che gli istituti cui ricondurre i termini dell'accordo negoziale debbono essere individuati dal giudice del merito, che non è vincolato dai termini utilizzati dalle parti, poiché questi ultimi possono risultare errati, non necessariamente per consapevole volontà di occultare l’effettivo contenuto del contratto ma anche per improprietà di linguaggio o per semplice inesattezza.

D'altra parte, il criterio utilizzato dal giudice del merito  per l’interpretazione del contratto, facendo riferimento al comportamento complessivo delle parti, anche posteriore all'istituzione del compenso forfetario, non è certo arbitrario o improprio, ma è del tutto lecito, in quanto previsto espressamente  dall’art.1362 c.c., che, al comma 2, precisa che "per determinare la comune intenzione delle parti, si deve valutare il loro comportamento complessivo anche posteriore alla conclusione del contratto".

Tornando al caso di specie, la Cassazione ha osservato come il rapporto di lavoro dei controricorrenti  fosse già in corso da tempo allorché la società, nel 2000, aveva cessato l'erogazione dei compensi forfetari e  quando un rapporto negoziale a tempo indeterminato si prolunga per un lasso di tempo rilevante il suo contenuto non è più costituito soltanto dalle pattuizioni originarie, ma anche da quelle successive, nonché, più ampiamente, da tutte le modificazioni avvenute, anche in via orale ed anche per fatti concludenti, durante il corso del rapporto stesso.

In questa prospettiva, pertanto,  può  accadere che un'attribuzione patrimoniale, che nell'equilibrio originario delle posizioni delle parti assolveva ad una determinata funzione, assuma col tempo e con il modificarsi delle circostanze una funzione diversa, in sostanza, che muti, in tutto o in parte, la ragione dell'attribuzione e che, come nel caso di specie, una attribuzione patrimoniale originariamente disposta per il compenso forfetario dello straordinario, si trasformi,  nel corso degli anni, in superminimo.

In base alle suddette considerazioni,  non rileva che nel 1973  il compenso forfetario potesse essere rapportato alla prevedibile prestazione di lavoro straordinario non notturno nel festivo da parte del singolo capo reparto, perché non risulta, che questo eventuale punto di equilibrio tra la prestazione e la causale allegata sia rimasto invariato anche nel corso successivo del rapporto e che, in particolare, siano rimasti invariati nel tempo quel determinato orario e quelle determinate modalità di organizzazione del lavoro, in funzione dei quali avrebbe potuto essere presunto, appunto, che venisse effettuata una prestazione straordinaria mediamente corrispondente al compenso forfetario previsto.

Piuttosto, a detta della Cassazione, era necessario accertare se questo rapporto sussistesse in concreto con riferimento al momento in cui l’erogazione è stata sospesa, perché in precedenza l'emolumento veniva corrisposto, e le richieste si potevano riferire soltanto al periodo successivo alla revoca.

A questo proposito, il giudice del merito aveva correttamente compiuto questa indagine, avendo, per l’appunto, accertato  come in quel momento quella erogazione costituisse un superminimo e non un compenso forfetizzato per prestazioni straordinarie.

Queste, in sostanza, le ragioni in base alle quali la Cassazione ha disposto il rigetto del ricorso.

Valerio Pollastrini