In attesa della pronuncia della Corte Costituzionale sul
processo bis, i pm si preparano a contestare altre 115 morti da amianto,
allargando il campo d’azione anche a Siracusa, la Svizzera e perfino il
Brasile. Insieme a Stephan Schmidheiny, dovrebbe essere chiamato in causa come
imputato anche il fratello Thomas
TORINO - Aumenta il numero dei casi di morte da amianto
nell’inchiesta sulla Eternit. La procura di Torino, infatti, sta preparando le
carte per contestare altri 115 decessi che dovrebbero confluire nel processo
bis, attualmente sospeso in attesa della pronuncia della Corte Costituzionale,
chiamata in causa in luglio dal giudice dell’udienza preliminare, Federica
Bompieri, sulla questione del “ne bis in idem”, il principio in base al quale
non si può essere processati due volte per lo stesso fatto.
Un anno fa la
sentenza di prescrizione della Cassazione.
A sollevare la questione sono stati i difensori
dell’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny, dopo l’annullamento per
prescrizione della sua condanna a 18 anni per disastro ambientale, stabilito un
anno fa dalla Cassazione. Quella sentenza non ha però fermato l’azione dei pm
torinesi Raffaele Guariniello e Gianfranco Colace, che nel processo bis hanno
già contestato a Schmidheiny l’omicidio volontario di 258 persone e hanno
allargato il perimetro della loro nuova inchiesta anche allo stabilimento di
Siracusa della Eternit, che finora non era stato preso in considerazione, alla
Svizzera e perfino al Brasile, dove andarono a lavorare alcuni operai italiani.
Sono 17 i casi che
riguardano ex emigrati italiani in terra elvetica.
Se gli accertamenti sui casi avvenuti nel Paese sudamericano
sono tuttora in corso, anche se sembrano piuttosto complicati, il rapporto
conclusivo su quanto avvenuto nella sede Eternit di Siracusa è in dirittura
d’arrivo. Dei 115 nuovi casi contestati, 98 sono legati allo stabilimento di
Casale Monferrato, il più importante tra quelli italiani, mentre gli altri 17
riguardano ex emigrati italiani in terra elvetica, in prevalenza veneti e
pugliesi, che dopo avere lavorato nelle fabbriche della multinazionale di
Payerne e Niederurnen si ammalarono e morirono. La maggioranza di mesotelioma,
gli altri di tumori polmonari o asbestosi. Patologie che, secondo i consulenti
della procura, furono provocate dal contatto con l’amianto e dalle
insufficienti misure di sicurezza.
Ancora da chiarire
quali saranno i capi d’accusa.
La giustizia elvetica non procede perché, in base a quanto
risulta agli inquirenti, le eventuali violazioni si considerano commesse nel
momento in cui i lavoratori prestarono servizio. Si deve quindi tornare
indietro fino agli anni Settanta ed è passato troppo tempo. In Italia, invece,
il reato si consuma con la morte della persona offesa, e se la morte si
verifica nel territorio nazionale si può andare in tribunale anche se l’azione
che l’ha provocata è avvenuta all’estero. L’altra novità sostanziale riguarda
il coinvolgimento nell’inchiesta di Thomas Schmidheiny, fratello di Stephan,
che per un breve periodo ebbe incarichi di responsabilità nella multinazionale
dell’amianto. Non è ancora chiaro, però, quali saranno i capi d’accusa: nel
processo bis Stephan Schmidheiny è imputato di omicidio volontario, ma nel
nuovo filone è indagato per omicidio colposo insieme al fratello, al quale
dovrebbero essere contestati pochi decessi.
A Palermo seconda
condanna per gli ex direttori Fincantieri.
Nel frattempo venerdì scorso si è concluso a Palermo il
secondo processo per le morti da amianto alla Fincantieri, che vedeva imputati
gli ex direttori Giuseppe Cortesi, Antonio Cipponeri e Luciano Lemetti, tutti
ritenuti responsabili dell’omicidio colposo di sette operai deceduti per
asbestosi e mesotelioma pleurico in seguito all’inalazione della fibra killer.
Nello stabilimento del capoluogo siciliano, infatti, non sarebbero state
adottate le misure di sicurezza minime per evitare il contatto diretto con
l’amianto. Il giudice Monica Sammartino li ha condannati complessivamente a 24
anni e 6 mesi di carcere: nove anni e mezzo a Lemetti, otto anni e mezzo a
Cortesi e sei anni e mezzo a Cipponeri.
Riconosciuto il
risarcimento del danno alle parti civili.
I tre imputati, già condannati un anno fa in via definitiva
per la morte di altri 37 operai e le malattie asbesto-correlate sviluppate da
24 lavoratori, sono stati invece assolti dall’accusa di omicidio colposo
relativa a 10 decessi, mentre per 15 capi di imputazione di omicidio e lesioni
colpose è stata dichiarata la prescrizione. Il giudice Sammartino ha
riconosciuto anche il risarcimento del danno, da liquidarsi in sede civile,
alle parti civili costituite: i familiari di tre vittime, l’Inail e la Fiom. Il
magistrato ha inoltre attribuito una provvisionale immediatamente esecutiva di
700mila euro all’Inail e somme tra i 120mila e i 65mila euro alle mogli e ai
figli delle vittime che si sono costituiti parti civili.
Nessun commento:
Posta un commento