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giovedì 17 settembre 2015

Confcooperative - Agricoltura sociale: la legge necessita già di manutenzione

Confcooperative, Nota del 17 settembre 2015

Guerini «Il paradosso è che chi coltiva cocomeri ha i requisiti per fare welfare, ma non vale il contrario»

L’innovazione sociale in Italia sta facendo la differenza, anche in agricoltura. Sono letteralmente “germogliate” una molteplicità di esperienze di agricoltura sociale, dal basso, che si sono guadagnate l’attenzione della stampa e delle Istituzioni. Iniziative che connettono strettamente l’agricoltura con il welfare locale, facendola diventare uno strumento di coesione territoriale e sviluppo.

La cooperazione sociale è stata la protagonista di questo fermento: sono oltre 500 le cooperative sociali che operano in agricoltura sociale, a cui bisogna aggiungere all’incirca altre 400 unità che lavorano nel campo dell’agricoltura sociale in maniera strumentale per attività educative (nidi, fattorie sociali), riabilitazione, ergoterapia e inserimento lavorativo di persone svantaggiate e disabili.

Si tratta, ad esempio, di comunità di accoglienza di tossicodipendenti, attività non residenziali e residenziali per persone con problemi di salute mentale e disabili etc. Si stima che in questo settore siano occupati oltre 5000 lavoratori, con un potenziale occupazionale in espansione e dati crescenti.

Le Istituzioni Nazionali sono state spinte a fornire una cornice quadro all’agricoltura sociale, un settore che fino a qualche settimana fa non aveva neanche una definizione unica e condivisa. A monte c’è stato un importante lavoro di confronto e dibattito, ma rischia di essere l’ennesima occasione persa di promozione e sviluppo, mancando della capacità di riconoscere gli elementi più innovativi già presenti in Italia.

«La legge ha il merito di porre attenzione sulla materia, ma occorre rimetterci le mani, perché l’effetto paradossale di questa legge – dice Giuseppe Guerini, presidente di Federsolidarietà – Confcooperative – è che, ad oggi, un agricoltore potrebbe improvvisarsi operatore sociale, insegnante, formatore, pur senza le professionalità e i requisiti che deve rispettare una cooperativa sociale per aprire un centro diurno, un nido. Al contrario, si opera una selezione ed uno sbarramento tra le cooperative sociali che fanno agricoltura, rendendo possibile fregiarsi del riconoscimento di operatore nell’agricoltura sociale solo ad alcune cooperative sociali in possesso di alcuni requisiti. Insomma, l’agricoltura per legge può occupare gli spazi del sociale, attraverso una bizzarra interpretazione del concetto di connessione, mentre il sociale non può fare altrettanto. Questo è il classico caso in cui per legge di assegna un mercato ad alcuni che forse lo realizzeranno in futuro, e si tengono fuori invece quelli che lo hanno presidiato fino ad oggi».

«La legge – continua Guerini – contraddice anche la genesi dell’agricoltura sociale in Italia, non tiene conto delle sperimentazioni di agricoltura sociale del mondo della cooperazione sociale che, conseguentemente, continua ad essere penalizzata. Tutte le ricerche hanno dimostrato che le cooperative sociali sono tra i soggetti economici che più di tutti hanno contribuito alla nascita dell’agricoltura sociale in Italia. Si tratta di attività che utilizzano la produzione agricola per l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, o di attività educative, sociali, sociosanitarie collegate alla produzione agricola».

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