Guerini «Il paradosso è che chi coltiva cocomeri ha i
requisiti per fare welfare, ma non vale il contrario»
L’innovazione sociale in Italia sta facendo la differenza,
anche in agricoltura. Sono letteralmente “germogliate” una molteplicità di
esperienze di agricoltura sociale, dal basso, che si sono guadagnate
l’attenzione della stampa e delle Istituzioni. Iniziative che connettono
strettamente l’agricoltura con il welfare locale, facendola diventare uno
strumento di coesione territoriale e sviluppo.
La cooperazione sociale è stata la protagonista di questo
fermento: sono oltre 500 le cooperative sociali che operano in agricoltura
sociale, a cui bisogna aggiungere all’incirca altre 400 unità che lavorano nel
campo dell’agricoltura sociale in maniera strumentale per attività educative
(nidi, fattorie sociali), riabilitazione, ergoterapia e inserimento lavorativo
di persone svantaggiate e disabili.
Si tratta, ad esempio, di comunità di accoglienza di
tossicodipendenti, attività non residenziali e residenziali per persone con
problemi di salute mentale e disabili etc. Si stima che in questo settore siano
occupati oltre 5000 lavoratori, con un potenziale occupazionale in espansione e
dati crescenti.
Le Istituzioni Nazionali sono state spinte a fornire una
cornice quadro all’agricoltura sociale, un settore che fino a qualche settimana
fa non aveva neanche una definizione unica e condivisa. A monte c’è stato un
importante lavoro di confronto e dibattito, ma rischia di essere l’ennesima
occasione persa di promozione e sviluppo, mancando della capacità di riconoscere
gli elementi più innovativi già presenti in Italia.
«La legge ha il merito di porre attenzione sulla materia, ma
occorre rimetterci le mani, perché l’effetto paradossale di questa legge – dice
Giuseppe Guerini, presidente di Federsolidarietà – Confcooperative – è che, ad
oggi, un agricoltore potrebbe improvvisarsi operatore sociale, insegnante,
formatore, pur senza le professionalità e i requisiti che deve rispettare una
cooperativa sociale per aprire un centro diurno, un nido. Al contrario, si opera
una selezione ed uno sbarramento tra le cooperative sociali che fanno
agricoltura, rendendo possibile fregiarsi del riconoscimento di operatore
nell’agricoltura sociale solo ad alcune cooperative sociali in possesso di
alcuni requisiti. Insomma, l’agricoltura per legge può occupare gli spazi del
sociale, attraverso una bizzarra interpretazione del concetto di connessione,
mentre il sociale non può fare altrettanto. Questo è il classico caso in cui
per legge di assegna un mercato ad alcuni che forse lo realizzeranno in futuro,
e si tengono fuori invece quelli che lo hanno presidiato fino ad oggi».
«La legge – continua Guerini – contraddice anche la genesi
dell’agricoltura sociale in Italia, non tiene conto delle sperimentazioni di
agricoltura sociale del mondo della cooperazione sociale che, conseguentemente,
continua ad essere penalizzata. Tutte le ricerche hanno dimostrato che le
cooperative sociali sono tra i soggetti economici che più di tutti hanno
contribuito alla nascita dell’agricoltura sociale in Italia. Si tratta di
attività che utilizzano la produzione agricola per l’inserimento lavorativo di
persone svantaggiate, o di attività educative, sociali, sociosanitarie
collegate alla produzione agricola».
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