Su "Il Foglio", l'analisi del direttore
dell'Ufficio Studi di Confcommercio, Mariano Bella, "Se si vuole
combattere l'evasione, una patologia sociale, si attacchino le cause (come la
pressione fiscale) e non gli effetti".
Si è scoperto che l'innalzamento del limite all'uso del
contante, da mille a tremila euro, avrebbe i seguenti effetti: incremento del
riciclaggio, della corruzione, dell'evasione, del sommerso economico,
dell'infedeltà coniugale (maschile: potendo spendere in contanti i fedifraghi comprano
più gioielli, argomentazione leggermente offensiva perché presuppone, nel
rapporto, qualche sinallagma). Per quanto strampalato, l'ultimo effetto è molto
più verosimile degli altri. Gli oppositori del provvedimento, che assegnano la
patente di evasori a tutti gli italiani, lasciando loro limitate facoltà di
prova contraria, citano correlazioni per lo più spurie: più contante vuole dire
più evasione, secondo loro, mentre la relazione corretta va dalla maggiore
evasione alla maggiore circolazione di contante. Allora se si vuole combattere
l'evasione si attacchino le cause e non gli effetti. L'evasione è una patologia
sociale e per capirla bisogna analizzare i comportamenti individuali. Il grado
di evasione dipende, innanzitutto, dal livello della pretesa fiscale: maggiore
è la pressione fiscale maggiore è l'incentivo a nascondere imponibile. Non è
bello, ma è razionale e, in ogni caso, è. Da qui bisogna partire trovando
strumenti per raccordare quello che conviene con quello che è giusto. Il
professor Visco dice che sarà d'accordo con il maggior uso del contante quando
l'evasione italiana sarà a un livello fisiologico. Io rilancio, e propongo
addirittura l'abolizione del contante se portiamo la pressione fiscale ai
livelli inglesi (dal nostro 43,6 per cento al 34,9). L'evasione dipende poi dal
costo dell'adempimento dell'obbligazione fiscale: secondo studi internazionali
in Italia si impiegano 269 ore-uomo per gli obblighi fiscali in azienda, contro
218 ore della Germania. Tagliamo questo gap e si ridurrà anche il gap tra i
livelli di evasione fiscale. Se devo pagare 100 di imposte e per farlo vado
incontro a oneri burocratici aggiuntivi pari a 20 proverò a nascondere base
imponibile in modo tale che il costo complessivo dell'adempimento si avvicini
all'imposta dovuta che avrei pagato per intero in assenza di costi accessori.
Non è bello, ma è razionale. Non è giustificabile, ma comprensibile. Ancora. Il
grado di evasione dipende dall'efficacia dei controlli: meno spettacolo, più
controlli mirati. Non si capisce se le famigerate banche dati ci siano davvero.
Che ci siano e non si parlino tra loro è un refrain non più sopportabile. Anche
la stessa teoria del- l'aumento delle pene per gli evasori non mi convince del
tutto: se la probabilità di essere scoperti è bassa o nulla, anche la pena di
morte sortirà effetti modesti. Anzi, più urlata è una minaccia poco credibile,
più si diffonderà la patologia. Citare gli Stati Uniti, dove se prendono un
evasore lo mettono dentro e buttano la chiave, è un insulto: la pressione
fiscale in America è 16 punti inferiore alla nostra. Altro mondo, altre regole
(tra loro coerenti). Infine, il grado di correttezza fiscale, e quindi di
evasione, dipende dalla percezione dei servizi pubblici. I talebani della lotta
all'evasore (non all'evasione) fanno finta di non capire o non capiscono
davvero: non sostengo che chi non riceve servizi pubblici adeguati sia
legittimato a evadere; dico semplicemente che, come testimoniato da diversi
studi empirci, a parità di altre condizioni, peggiore è la percezione
dell'output pubblico, minore è la propensione a un comportamento fiscale
corretto. Può non piacere, ma è un fatto conseguente a un comportamento
ragionevole, visto che la correttezza è una caratteristica che vale per
entrambe le controparti. Aggiustiamo questi deficit e il livello di evasione si
ridurrà considerevolmente.
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tratto da "Il Foglio" del 17/10/2015
di Mariano Bella, direttore Ufficio Studi Confcommercio
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