A questo ritmo tra 33 anni l’agricoltura italiana scomparirà
Dall’inizio della crisi sono state chiuse in Italia oltre
172000 stalle e fattorie ad un ritmo di oltre 60 al giorno, con effetti
drammatici sull’economia, sulla sicurezza alimentare e sul presidio ambientale.
E’ quanto emerge dal dossier presentato dalla Coldiretti al valico del Brennero
dove sono giunti migliaia di agricoltori per fermare i traffici di una Europa
che chiude le frontiere ai profughi e le spalanca alle schifezze mentre a
Bruxelles si sono mobilitati i giovani della Coldiretti per chiedere un
cambiamento delle politiche europee. Su twitter la mobilitazione puo’ essere
seguita con l’hastag #bastaschifezze. Occorre fermare chi fa affari sulle
spalle degli agricoltori e dei consumatori con le speculazioni sui prodotti
favorite - sottolinea la Coldiretti - dalla mancanza di trasparenza sulla reale
origine e sulle caratteristiche degli alimenti, che stanno provocando
l’abbandono delle campagne, sulla base dei dati Unioncamere relativi ai primi
sei mesi del 2015 rispetto all’inizio della crisi nel 2007.
Sono oggi meno di 750mila le aziende agricole sopravvissute
in Italia ma se l’abbandono continuerà a questo ritmo in 33 anni - calcola la
Coldiretti - non ci sarà piu’ agricoltura lungo la Penisola, con conseguenze
devastanti sull’economia e sull’occupazione e sull’immagine del Made in Italy
nel mondo ma anche sulla sicurezza alimentare ed ambientale dei cittadini.
Bisogna cambiare verso anche in agricoltura dove la chiusura di un’azienda significa
- spiega la Coldiretti - maggiori rischi sulla qualità degli alimenti che si
portano a tavola e minor presidio del territorio, lasciato all’incuria e alla
cementificazione.
Sono questi – ricorda Coldiretti - i drammatici effetti di
quelli che sono i due furti ai quali è sottoposta giornalmente l’agricoltura:
da una parte il furto di identità e di immagine che vede sfacciatamente immesso
in commercio cibo proveniente da chissà quale parte del mondo come italiano;
dall'altra il furto di valore aggiunto che vede sottopagati i prodotti agricoli
senza alcun beneficio per i consumatori per colpa di una filiera inefficiente.
“Rischiamo di perdere un patrimonio del nostro Paese sul quale costruire una
ripresa economica sostenibile e duratura che faccia bene all’economia
all’ambiente e alla salute” afferma il presidente della Coldiretti Roberto
Moncalvo nel denunciare che “l’invasione di materie prime estere spinge prima
alla svendita agli stranieri dei nostri marchi piu’ prestigiosi e poi alla
delocalizzazione delle attività produttive”.
Oggi anche a causa della concorrenza sleale che fa chiudere
le aziende agricole l’Italia - sottolinea la Coldiretti - è già costretta ad
importare il 40 per cento del latte e carne, il 50 per cento del grano tenero
destinato al pane, il 40 per cento del grano duro destinato alla pasta, il 20
del mais e l’80 della soia. Ma l’invasione riguarda anche prodotti dove
l’Italia è praticamente autosufficiente dall’olio di oliva con l’Italia che si
classifica come il principale importatore mondiale per realizzare miscele di
bassa qualità da “spacciare” come Made in Italy fino all’ortofrutta, dove il
frutteto italiano che si è ridotto di un terzo (-33 per cento) negli ultimi
quindici anni con la scomparsa di oltre 140mila ettari di piante di mele, pere,
pesche, arance, albicocche e altri frutti. Senza dimenticare il settore delle
carni, a partire da quelle bovine, spesso preda di traffici illeciti con
l’importazione di animali privi dei necessari documenti e marchi auricolari,
soprattutto dall’Est Europeo. A rischio per l’Italia è - conclude la Coldiretti
- il primato europeo nella produzione di una delle componenti base della dieta
mediterranea per il crollo dei compensi pagati agli agricoltori che non
riescono piu’ a coprire neanche i costi di produzione mentre al dettaglio i
prezzi aumentano.
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