Durante l’estate lo scenario economico è mutato.
Il cambiamento è avvenuto nel solco delle tendenze già
emerse ed evidenziate nel corso dei mesi precedenti. È stato nell’intensità dei
movimenti, non nella loro direzione.
Nel complesso risulta più favorevole all’economia italiana,
seppure in misura marginale rispetto a quanto già chiaro e consolidato. Le
modifiche intervenute rafforzano il quadro che si era delineato e fanno
rivedere al rialzo le previsioni del CSC.
Le principali variazioni sono tre: la frenata del commercio
mondiale più marcata, che deriva da una performance dei paesi emergenti
peggiore delle attese; la nuova flessione del prezzo del petrolio; la dinamica
dell’attività economica in Italia superiore a quanto inizialmente indicato.
Spicca il caso della Cina. Una serie di dati negativi e lo
scoppio della bolla azionaria hanno focalizzato l’attenzione sui problemi
cinesi e sulla capacità delle autorità di quel paese di pilotare, senza
inciampi, il passaggio dalla crescita trainata da investimenti ed esportazioni
allo sviluppo basato sui consumi.
Altri fattori di rischio al ribasso per l’economia mondiale
sono costituiti dall’evoluzione politica greca e dalla tempistica e dall’entità
del rialzo dei tassi da parte della FED. Appare mitigato, invece, il pericolo
di un’escalation nel confronto armato tra Russia e Ucraina. Mentre la
deflazione rimane la vera minaccia incombente perché è alimentata dall’eccesso
di risparmio mondiale e dalla sovra capacità produttiva in una molteplicità di
settori.
Nel nuovo scenario del CSC il prezzo del greggio è posto a
54 US$ nel 2015 (da 62 proiettato in giugno) e 51 US$ nel 2016 (da 70).
Quest’ultimo livello implica un incremento rispetto agli attuali valori di
mercato.
Le altre principali variabili che formano il contesto
esterno non sono mutate significativamente da tre mesi a questa parte. Il
cambio dell’euro oscilla attorno a 1,12 contro il dollaro USA; assieme alla
moneta americana, si è un po’ apprezzato contro le valute degli emergenti. I
tassi di interesse rimangono ai minimi storici.
Nell’insieme, le variazioni intervenute nel quadro
internazionale limano impercettibilmente il PIL dell’Italia quest’anno e lo
alzano dello 0,2% il prossimo. Nel frattempo le nuove misurazioni dei conti
nazionali e del mercato del lavoro italiani ci hanno consegnato un’economia che
nel primo semestre 2015 è stata un po’ più brillante di quanto descritto in
precedenza ma più in linea con le informazioni qualitative, i potenti impulsi
esterni e le valutazioni del CSC.
Il PIL è salito a un ritmo annualizzato di quasi l’1,5% e
l’occupazione, tra febbraio e luglio, è aumentata in presa diretta con
l’attività economica. I miglioramenti dell’uno si ripercuotono sull’altra, e
viceversa, in un circolo virtuoso che sostiene i redditi e diffonde la fiducia.
Rimangono lontanissimi i livelli del 2007. Il PIL è
dell’8,9% sotto il picco pre-crisi. Le persone impiegate sono oltre 720mila in
meno ed è raddoppiato, a quasi otto milioni, il numero di quelli a cui manca
lavoro, del tutto o in parte.
Comunque, l’aggiornamento delle statistiche aggiunge uno
0,2% alla previsione del prodotto italiano per quest’anno, a parità di profilo
nel resto del 2015. Il CSC mantiene, infatti, invariate le proiezioni di
accelerazione elaborate a giugno sul resto del 2015. Ci sono buone ragioni per
pensare che essa sia in corso e sia guidata dalla domanda interna e dai
servizi.
Le nuove previsioni CSC sul PIL italiano sono +1,0% nel 2015
e +1,5% nel 2016. Nel biennio avverrà la creazione di 494mila posti di lavoro.
Le previsioni continuano a essere prudenti alla luce del
potenziale effetto complessivo sull’economia del Paese dei bassi livelli dei
tassi di interesse, del cambio dell’euro e del prezzo del petrolio e della
riaccelerazione del commercio mondiale (l’anno venturo). L’effetto è
quantificabile in +1,8 punti percentuali quest’anno e +1,2 punti il prossimo.
In totale sono 3,0 punti, che si confrontano con i 2,5 punti dell’incremento
cumulato previsto per il PIL.
Si tratta, come spiegato più volte, di spinte una tantum. Il
loro beneficio congiunturale si esaurirà nell’arco di un paio di anni. Inoltre,
il vantaggio che ne deriva non modifica la reale posizione competitiva del
Paese perché ne godono tutte le nazioni dell’Eurozona, sebbene in modo
asimmetrico in funzione della dipendenza dal petrolio, del grado di apertura
verso l’estero e del livello del debito totale in ciascuna economia.
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