Diffusi i risultati del Rapporto 2015 «Welfare, Italia.
Laboratorio per le nuove politiche sociali» di Censis e Unipol
La filiera della cura, dell'assistenza e della previdenza
per le persone è anche un formidabile volano di sviluppo per il Paese, da cui
può partire la ripresa
Roma, 9 dicembre 2015 - Il valore economico e occupazionale
della White Economy: 290 miliardi di euro e 3,8 milioni di addetti. Oggi c'è
una domanda crescente di salute, assistenza, previdenza per avere la sicurezza
di un futuro lungo e in buone condizioni. A questa domanda risponde la «White
Economy», cioè la filiera delle attività sia pubbliche che private
riconducibili alla cura e al benessere delle persone. Ha ormai raggiunto un
valore di 290 miliardi di euro, corrispondente al 9,4% della produzione
complessiva nazionale. E sono 2,8 milioni gli addetti che operano in maniera
diretta nei suoi diversi comparti. A questi vanno aggiunti i posti di lavoro
che si generano «a monte» e «a valle» come indotto delle attività considerate,
che innalzano il numero degli addetti totali a 3,8 milioni, pari al 16,5% degli
occupati del Paese. È quanto emerge da una ricerca del Censis realizzata con
Unipol nell'ambito del programma «Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove
politiche sociali». In termini comparativi, la White Economy produce più dei
settori delle costruzioni e dei trasporti, ed è seconda solo al commercio. Il
42,2% del valore della produzione è attribuibile ai servizi sanitari, il 17,9%
alle attività pubbliche di gestione e regolazione nei settori della sanità,
assistenza e previdenza, il 17,7% all'industria del farmaco e delle
attrezzature medicali, il 10,6% alla previdenza complementare e alle
assicurazioni del ramo salute, il 10,4% alle attività di personal care, l'1,1%
all'istruzione universitaria negli ambiti considerati. In questo campo la
produttività (il valore aggiunto generato dalle attività comprese nella filiera
rapportato al numero di persone che vi lavorano) è di 60.000 euro per addetto:
un dato che colloca la White Economy sopra agricoltura, costruzioni,
ristorazione, commercio e inferiore solo ad alcuni comparti del manifatturiero
e del terziario avanzato. La filiera economica della cura, dell'assistenza e
della previdenza per le persone è anche un formidabile volano di sviluppo per
il Paese, perché genera rilevanti effetti moltiplicativi sul resto dell'economia.
Ogni 100 euro spesi o investiti nella White Economy attivano 158 euro di
reddito aggiuntivo nel sistema economico. E ogni 100 nuove unità di lavoro
nella White Economy ne attivano ulteriori 133 nel complesso dell'economia
italiana. Di questo si parlerà domani all'evento Censis-Unipol nelle tre
sessioni parallele su sanità, assistenza e previdenza, cui parteciperanno
cinquanta addetti ai lavori tra esperti, stakeholder, operatori privati e
decisori pubblici, e nella sessione plenaria, dove interverranno, tra gli
altri, mons. Rino Fisichella, Presidente del Pontificio consiglio per la
promozione della nuova evangelizzazione, Beatrice Lorenzin, Ministro della
Salute, e Carlo Cimbri, Amministratore Delegato del Gruppo Unipol.
Bisogni crescenti, ma Italia divisa in due nell'accesso alle
prestazioni socio-sanitarie. Con l'allungamento della vita media, continua a
crescere la domanda di cure e di assistenza. Nel 2030 saranno più di 4 milioni
le persone in cattivo stato di salute. E i portatori di almeno due patologie
croniche saranno più di 20 milioni. Negli anni della crisi, tra il 2007 e il
2014, la spesa sanitaria pubblica è diminuita del 3,4% in termini reali. E oggi
sono meno del 20% gli italiani che affermano di trovare nel welfare pubblico
una piena risposta ai loro bisogni. Più della metà delle famiglie di livello
socio-economico basso è convinta che un eventuale aggravio dei costi per il
welfare sarà incompatibile con i loro redditi disponibili. L'accesso alle
prestazioni socio-sanitarie divide in due l'Italia. Nelle regioni del
Mezzogiorno l'82,8% della popolazione ritiene non adeguate le prestazioni
offerte dal servizio regionale, mentre al Nord-Est e al Nord-Ovest la
percentuale scende rispettivamente al 34,7% e al 29,7%.
La sanità: una spesa privata poco intermediata e molto
«molecolare». La spesa sanitaria pubblica è pari al 6,8% del Pil del Paese, un
valore più basso di quello di Francia (8,6%), Germania (8,4%) e Regno Unito
(7,3%). La spesa sanitaria privata ammonta invece al 2% del Pil, un valore
inferiore alla media dei Paesi Ocse (2,4%) e al dato di tutti i Paesi europei
più avanzati. La quota di spesa privata intermediata da soggetti economici
specializzati, come lecompagnie assicurative, è pari oggi al 18% del totale
della spesa sanitaria privata. Anche prescindendo dal confronto con gli Stati
Uniti, che hanno un modello di welfare molto diverso dal nostro (in questo caso
sale al 77,7% la quota di spesa intermediata), il dato italiano è molto più
contenuto di quello di Francia (67,1%), Germania (44,4%) e Regno Unito (43,6%),
e testimonia il carattere «molecolare» della spesa sanitaria privata italiana.
L'assistenza: prevale il «fai da te» con il ricorso alle
badanti. Con i bisogni di assistenza delle persone disabili e non
autosufficienti si confrontano molte famiglie italiane. Sono più di 3 milioni
le persone che soffrono di difficoltà funzionali gravi. Tra queste, 1,4 milioni
sono confinate all'interno della propria abitazione e bisognose di cure diurne
e notturne. La spesa pubblica per l'assistenza è in fase calante dal 2010, pure
a fronte di una domanda crescente. In valore pro-capite della spesa è pari a
400 euro l'anno, un dato inferiore alla media europea. Di fronte al ritardo
nella progettazione di sistemi di long term care centrati su soluzioni diverse
dall'ospedalizzazione e a causa delle difficoltà economiche che limitano il
ricorso a soluzioni residenziali, gli italiani scelgono anche in questo caso un
modello del tutto spontaneo e ad elevata molecolarità, basato sul reclutamento
diretto delle badanti. Per il 65% degli italiani questa è una soluzione da
valutare positivamente, l'11% ritiene che sia una scelta priva di alternative
reali, il 24% invece valuta negativamente l'assenza di professionalità adeguate
e certificate.
La previdenza: quella complementare è indispensabile, ma
pochi lo sanno. Dopo l'ultima riforma i conti pubblici sono in equilibrio (il
rapporto tra spesa pensionistica e Pil è destinato a calare lentamente), ma la
sfida per il sistema previdenziale, per i lavoratori di oggi e per i pensionati
di domani, attiene al quantum dei futuri assegni pensionistici. Molti lo hanno
capito: nell'ultimo decennio il numero di adesioni alla previdenza
complementare è più che raddoppiato, passando da poco meno di 3 milioni di
iscritti nel 2005 agli attuali 6,5 milioni. Si segnalano però due criticità. La
prima è legata alla crisi economica che ha fatto sì che nel 2014 1,5 milioni di
iscritti non abbiano versato i contributi. La seconda è relativa alla disomogeneità
delle adesioni: il tasso di adesione è del 18% al Sud (sale al 30% al Nord) e
del 16% tra i più giovani, con una età inferiore a 35 anni (mentre il dato
nazionale si attesta al 25,6%). Non aiuta il fatto che oggi solo il 24,3% degli
italiani ha una conoscenza precisa della propria posizione pensionistica.
Questi sono i principali risultati della ricerca realizzata
dal Censis con Unipol nell'ambito del programma «Welfare, Italia. Laboratorio
per le nuove politiche sociali» che verranno presentati domani a Roma da Marco
Baldi, responsabile Area Economia e Territorio del Censis, e discussi da
Pierluigi Stefanini, Presidente del Gruppo Unipol, Pierpaolo Baretta,
Sottosegretario al Ministero dell'Economia e delle Finanze, Paolo Bonaretti,
Consigliere economico del Ministero dello Sviluppo Economico, Giuseppe De Rita,
Presidente del Censis, Yoram Gutgeld, Consigliere economico della Presidenza
del Consiglio dei Ministri, Rino Fisichella, Presidente del Pontificio
Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Carlo Cimbri,
Amministratore Delegato del Gruppo Unipol, e Beatrice Lorenzin, Ministro della
Salute.
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