Chi siamo


MEDIA-LABOR Srl - News dal mondo del lavoro e dell'economia


venerdì 6 luglio 2012

Lotta al fenomeno del precariato nel mondo del lavoro

Il totale dei lavoratori precari in Italia  e' pari a 3 milioni 315 mila e il loro compenso medio mensile e' di 826 euro. Tale importo deve considerarsi omnicomprensivo, vale a dire privo di elementi aggiuntivi quali mensilita' aggiuntive, ferie, trattamento di fine rapporto e straordinari. Vista la portata del fenomeno, credo che tutti saranno concordi nel ritenere quella del precariato  una piaga sociale che va combattuta con ogni mezzo. Per vincere la battaglia e' pero' indispensabile analizzarne le ragioni che l’hanno generata.
Il fenomeno del precariato nel mondo del lavoro ha un'origine ben precisa: essa risale all'emanazione della  legge  n.196 del 1997, il c.d. Pacchetto Treu.
In un momento in cui i dati occupazionali evidenziavano un dilagante lavoro in nero  e le aziende lamentavano l'assenza di flessibilita' nella gestione dei rapporti di lavoro, il legislatore scelse di incrementare nel nostro mercato del lavoro la diffusione di forme contrattuali di matrice  anglosassone, caratterizzate da costi contenuti per le aziende e  da un bassissimo livello di protezione per i lavoratori. Penso ai contratti di lavoro parasubordinato (co.co.co), agli stage, alle borse lavoro ed ai c.d. lavori socialmente utili.
L'idea era quella di convincere le piccole imprese a far emergere i lavoratori in nero attraverso il ricorso a queste forme contrattuali, nella speranza che, coloro che fossero stati in tal modo assunti, sarebbero stati successivamente inquadrati stabilmente in contratti a tempo indeterminato.
La strada scelta si e' rivelata senza ombra di dubbio errata.
Cio che si sperava si sarebbe verificato in realta' non e' accaduto.
La proliferazione di queste forme contrattuali ha avuto come unico effetto la stabilizzazione del precariato per un'intera fascia di lavoratori: i giovani. Come se non bastasse, la convenienza economica ha inoltre spinto le aziende di grandi dimensioni ad abusare dell'istituto dello Stage e del Lavoro Interinale, anch'esso introdotto dal Pacchetto Treu ed anch'esso estraneo a qualunque logica di indeterminatezza dei rapporti di lavoro.

La miopia del legislatore ha costretto il Paese a pagare prezzi altissimi, oltre nel campo del lavoro, in quello delle dinamiche sociali.  Alla base di ogni valutazione a mio avviso doveva esserci la considerazione che il lavoro nero non conviene nemmeno alle aziende che, sovente, ne pagano altissimi prezzi in tema di contenzioso. Mi riferisco alle vertenze sindacali e alle cause di lavoro, nonché alle sanzioni economiche da parte degli organi ispettivi. Eppure gli indizi sulla strada giusta da percorrere erano evidenti. Il legislatore avrebbe dovuto comprendere appieno il successo dello sgravio contributivo introdotto dall'art.8, comma 9, della legge n. 407 del 1990. Si tratta dell'incentivo riconosciuto alle aziende che assumono con contratto a tempo indeterminato lavoratori disoccupati da oltre 24 mesi. Le aziende in tale occasione hanno dimostrato e tuttora  continuano a dimostrare che sono ben disposte ad assumere a tempo indeterminato se i costi della contribuzione sono bassi.

- la vera causa che generava in passato lavoro nero ed oggi lavoro precario e disoccupazione non e' l'assenza di flessibilita' ma l'alto costo del lavoro.

Purtroppo il legislatore del '97 non e' l'unico colpevole.
I governi succedutisi nel tempo hanno continuato ad ignorare i veri bisogni dei lavoratori e delle piccole imprese.
La Riforma Biagi del 2003  ha continuato sulla strada della flessibilita' selvaggia introducendo i contratti a chiamata, generalizzando l'utilizzo dei contratti a termine con l'ampliamento delle causali che ne legittimano la stipulazione, ed aggirando la problematica dei Co.Co.Co con la mutazione in Contratti a Progetto.
Ancora una volta il legislatore ha scelto il modo sbagliato di sostenere le aziende italiane in difficolta', ovvero sulla pelle dei lavoratori. Si e' continuato ad affiancare agli ordinari contratti a tempo indeterminato dagli elevatissimi costi, forme contrattuali dai costi contenuti ma generanti una irreversibile precarieta'.
Questa insistenza sulla via della flessibilita' ha comportato negli anni l'ampliamento della platea dei "disadattati del lavoro", al punto che oramai a fare le spese del lavoro precario non sono più' i soli giovani. Essi sono ancora la parte maggiormente colpita, circa il 56%, ma i dati dell'Istat, riferiti al primo trimestre del 2012, evidenziano che quasi un milione di lavoratori tra i 35 e i 65 anni hanno un impiego a tempo determinato. Tale dato, rispetto al 2004, e' aumentato del 44%.
Complessivamente, il numero dei soli occupati con contratti a termine nel primo trimestre del 2012 e' pari a 2 milioni e 232 mila e si configura, rispetto al 2011, come l'aumento più' alto dal 1993.

I pessimi risultati delle precedenti riforme non hanno evidentemente scoraggiato l'attuale governo dal proseguire con la medesima strategia.
Per mesi ci e' stato fatto credere che l'unico male del nostro sistema lavoro sia l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, come se perseguire una maggiore occupazione rendendo più' semplice licenziare non fosse una contraddizione in termini.
La realta', e lo sostengo con estrema franchezza, e' che chiunque detenga il potere in Italia confeziona riforme ad uso e consumo della grande industria, fingendo di ignorare che il nostro e' un Paese ormai terziarizzato dagli anni '70.

Se si vuole eliminare il lavoro precario e contenere la disoccupazione, l'unica via deve passare attraverso una revisione totale del nostro sistema previdenziale. Quando dico previdenziale non intendo certo pensionistico.

- la vera rivoluzione deve riguardare il sistema contributivo aziendale. E' necessario il dimezzamento dei costi contributivi in cambio dell'eliminazione di ogni forma di incentivo e di ogni forma contrattuale che genera precariato.
Alcuni hanno sostenuto che il tal modo il sistema previdenziale non sarebbe in grado di autosostenersi. Questa e' la voce di chi non vuole che le cose cambino. Alla compensazione tra i minori introiti derivanti dalla riduzione contributiva e le  superiori entrate dovute all'eliminazione degli sgravi ora previsti per molteplici forme contrattuali, si andrebbero ad aggiungere, a favore degli enti previdenziali, minori esborsi per la cassa integrazione e per le varie indennita' di disoccupazione.

- in un simile contesto ipotizzo, oltre al generalizzato contratto di lavoro a tempo indeterminato, la possibilita' di ricorrere al tempo determinato solo per le attivita' stagionali e per la gestione di conclamati picchi delle fasi produttive. Ritengo inutile anche il contratto a termine di primo ingresso che molti invocano. Sarebbe sufficiente allungare il periodo di prova. Attualmente, infatti, i CCNL fissano tale periodo ad una soglia troppo inferiore rispetto al limite massimo di 6 mesi indicato nel codice civile. Equiparare i periodi di prova al limite del Codice soddisferebbe in pieno l'esigenza di valutare l'adattabilita' dei neo-assunti alle mansioni attribuitegli. Superato tale periodo i lavoratori potrebbero beneficiare di tutte le tutele previste contro i licenziamenti illegittimi.
Per raggiungere un traguardo di tale portata e' indispensabile una ritrovata unita' sindacale, senza quelle deviazioni che nell'ultimo decennio hanno gettato più' di un sospetto su alcune Confederazioni che hanno rasentato a volte la condotta dei "sindacati bianchi". Quelli, per intenderci, di matrice filo-aziendale.
Auspico una condotta sindacale non più' arroccata su posizioni difensive, ma votata ad azioni propositive e portatrice di contenuti risolutivi, dello stesso tenore di quelle che all'inizio del secolo scorso hanno avuto il merito della costituzione dell'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro.

Valerio Pollastrini

- Ringrazio la Dott.ssa Anna Maria Bassotti per la preziosa collaborazione.

Nessun commento:

Posta un commento