«Non c'è nessuna ragione al mondo che giustifichi
l'intervento del governo sulle regole contrattuali. C'è invece la volontà di
destrutturare la funzione di rappresentanza autonoma delle parti sociali.
Questo c'è». Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, vede
nell'annuncio del governo che si è detto pronto a intervenire sul sistema
contrattuale «la riproposizione della cultura dell'uomo solo al comando, che si
sostituisce a tutti».
E un fatto, però, che il confronto con la Confindustria è
fallito ancor prima di cominciare. Perché? «Perché fin dall'inizio l'obiettivo
di Confindustria era chiaro: abbassare i salari, ridurre il potere d'acquisto
dei lavoratori. Le sembra un obiettivo che potevamo condividere?»
Perché ha definito stranianti le parole di Squinzi sulla
fine delle trattative? «Perché quando si è accorto che le sue idee sul salario
non erano condivise ha fatto come quei bambini che si arrabbiamo e portano via
il pallone. Non ci si rende conto che i sindacati rappresentano interessi diversi
da quelli degli imprenditori. I contratti si costruiscono sulla base delle
mediazioni possibili. Ma stiamo su sponde opposte. Mi stupirei se non fosse
così, se non ci fosse il confronto e anche il conflitto».
Sul Sole 24 ore, quotidiano della Confindustria, il
direttore ha scritto che se ci fosse Giuseppe Di Vittorio vi maltratterebbe.
«Apprezzo il fatto che il direttore del Sole sia un fan di Di Vittorio. Detto
ciò mi sembra. scorretto attribuire comportamenti a chi oggi non c'è più, a chi
ha vissuto in altra epoca e in altre condizioni politiche e sociali. Guardi, a
volte vengono da rimpiangere i presidenti di Confindustria, come Angelo Costa e
Gianni Agnelli, che pur nella durezza delle loro posizioni hanno sempre
riconosciuto il valore del lavoro e della tutela del salario».
Confindustria non sembra ostile all'intervento del governo.
Secondo lei perché? «A volte ricorda quei presidenti di calcio che tifano
incomprensibilmente per un'altra squadra. Francamente non riesco a capire per
quale squadra tifi la Confindustria. Per chi vuole toglierle il ruolo di
rappresentanza?».
Lei pensa che un intervento dell'esecutivo sia contro il
sindacato? «Le relazioni industriali sono relazioni tra le parti, Io riconosce
lo stesso articolo 39 della Costituzione. Quale urgenza c'è di intervenire? In
realtà c'è il pericolo che ancora una volta l'intervento del governo nasconda
una sottovalutazione del valore del lavoro e della sua rappresentanza».
Il tema dei contratti è off limits per il governo? «La
politica non ha off limits, ma i contratti sono accordi di natura privata, si
fanno tra due soggetti che hanno interessi diversi. Si interviene anche in una
lite tra due aziende? II governo può anche intervenire sulle relazioni
industriali, ma cosa mette sul tavolo? Nell'accordo del 1993, per esempio, ci
mise la politica dei redditi. Questa volta?».
La considera un'invasione di campo? «Un governo che avesse a
cuore davvero la ripresa del Paese tiferebbe per l'aumento dei salari, come
peraltro suggerisce da tempo anche il Fondo monetario internazionale che
riconosce pure il ruolo sul piano della redistribuzione della ricchezza che
svolgono le organizzazioni sindacali. In questa stagione delle diseguaglianze
indebolire la contrattazione collettiva, a favore per esempio del salario
minimo, vuol dire creare le condizioni per un futuro di povertà diffusa».
In tutta Europa c'è il salario minimo legale. Anche la
Germania l'ha introdotto pur avendo un solido sistema di relazioni industriali.
Perché siete contrari? «In un Paese come il nostro in cui l'85 per cento dei
lavoratori è coperto dai contratti, l'obiettivo del sindacato deve essere
quello di arrivare al 100 per cento».
Date l'impressione di difendere il passato. Ma le sembra che
sia stato tosi positive? «Mi piacerebbe che qualche volta si pensasse a cosa
sarebbe successo in questi anni di crisi rispetto ai salari e all'occupazione
senza il sindacato. Le politiche economiche, quelle dell'austerità, le decidono
i governi, non i sindacati. Se dobbiamo trovare una responsabilità del
sindacato è quella di aver pensato che la precarietà, nata dalle leggi proposte
dai vari governi, si sarebbe superata con una iniziativa legislativa e non
anche con la contrattazione».
È favorevole al prestito pensionistico per reintrodurre un po'
di flessibilità in uscita? «Non commento le indiscrezioni. Certo è che un
cambio nella legge Fornero è indispensabile. Serve flessibilità anche per dare
una risposta occupazionale ai giovani. Siamo nel contributivo? E allora perché
non lasciare libertà di uscita, senza penalizzazioni, a chi ha 62 anni di età?
Ma si potrebbe introdurre il part time per chi è prossimo alla pensione,
salvaguardando comunque la contribuzione complessiva, e contestualmente
assumere giovani sempre a tempo parziale».
La domanda che ci si fa ora è: ci sarà un autunno caldo? «Mi
pare piovoso...Io non ho come fine il conflitto, io punto a migliorare le
condizioni di chi lavora ma è chiaro che senza accordi il conflitto è
inevitabile».
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