Ricerca del Consiglio nazionale della categoria con
l'Università di Genova. Marcello e Mandolesi: “Pressione fiscale abnorme.
Servono più deducibilità degli interessi passivi e la riapertura
dell’affrancamento delle riserve delle precedenti rivalutazioni”
Roma, 11 novembre 2015 – Il corporate tax rate mediano delle
PMI italiane è pari al 44%. Il dato, relativo al 2013, emerge da uno studio
dell'Osservatorio bilanci del Consiglio nazionale dei commercialisti con il
dipartimento di economia dell'Università di Genova. Secondo quanto rilevato
dalla ricerca, nel quinquennio tra il 2009 e il 2013 il dato ha oscillato tra
il 41 e il 51%. In particolare, il valore più alto del Tax Rate Mediano è stato
fatto registrare dalle grandi imprese nel 2011 ed è risultato pari a 53%,
mentre il valore più basso è stato registrato nel 2012 dalle Piccole Imprese
con il 38,7%. In generale, dallo studio emerge una relativa maggiore stabilità del
Tax Rate Mediano per le imprese di media dimensione.
Particolarità della ricerca effettuata da commercialisti e
Università di Genova è che essa prende in considerazione unicamente il
Corporate Tax Rate, cioè il costo per imposte, correnti e differite, relativo a
Ires e Irap e non considera, invece, il Total Tax Rate, che viene calcolato
dalla Banca Mondiale, che prende in considerazione anche altre imposte e altri
tributi gravanti sulle imprese e che per l'Italia, secondo il Doing Business
2015 è il 65,4%. La ricerca, inoltre, calcola il Tax Rate come mediana e non
semplicemente come media, in modo tale da limitare l'influenza dei casi estremi
che spesso condizionano le medie. Altra particolarità della ricerca condotta
dall'Osservatorio Bilanci dei commercialisti è costituita dal fatto che essa si
riferisce ai settori industria, commercio e servizi e include le piccole
imprese oltre alle medie e alle grandi, escludendo dall'analisi il settori
finanziario e le micro imprese (imprese con meno di 10 addetti e meno di 2
milioni di euro di fatturato).
Il Tax Rate è stato calcolato prendendo in considerazione
solo le imprese che presentano un utile ante imposte. Nel campione queste sono
pari al 75%. E' interessante, però, osservare come vi sia un 11-14% di imprese
con perdita ante imposte e costo per imposte, cioè oneri fiscali per imposte
comunque presenti (come, ad esempio, il peso dell'Irap).
"Con questa ricerca – commenta il consigliere nazionale
dei commercialisti con delega ai principi contabili, Raffaele Marcello –
abbiamo calcolato il carico fiscale sulle imprese italiane in maniera molto
puntuale, epurandolo dei picchi legati a casi estremi. La tassazione mediana
che abbiamo così individuato ci restituisce comunque il quadro di un sistema
imprenditoriale nazionale gravato da un carico fiscale davvero abnorme. E'
ormai a tutti chiaro che il rafforzamento della ripresa in atto deve
necessariamente passare da un alleggerimento consistente proprio del tax rate.
Il super ammortamento messo in stabilità dall'esecutivo va nella giusta
direzione, anche se sarebbe auspicabile una sua estensione anche agli immobili.
Così come, ovviamente, è positivo il taglio dell'Ires, che ci auguriamo possa
scattare già dal 2016”.
Al fine di ridurre il tax rate gravante sulle imprese, i
commercialisti propongono il ricorso a ulteriori misure. “Pensiamo – spiega il
consigliere nazionale delegato alla fiscalità, Luigi Mandolesi – all’incremento
della percentuale di deducibilità degli interessi passivi, oggi limitata ad una
misura pari al 30% del risultato operativo lordo. Il lungo periodo di crisi
economico-finanziaria che abbiamo vissuto – afferma - ha comportato crescenti
tassi di indebitamento delle imprese a cui si sono accompagnati risultati
operativi lordi via via decrescenti. Tale combinazione ha ridotto oltremodo la
misura degli interessi passivi deducibili nel singolo periodo d’imposta.
L’incremento della percentuale di deducibilità, oltre ad accelerare il recupero
fiscale delle eccedenze di interessi passivi maturate negli anni scorsi,
potrebbe dunque fungere anche da volano per l’incremento degli investimenti
futuri da parte delle imprese, con positivi effetti anche sulla ripresa del
ciclo economico”.
I commercialisti propongono infine la riapertura della
possibilità di affrancamento delle riserve in sospensione d’imposta costituite
in occasione delle precedenti leggi di rivalutazione dei beni d’impresa. “Il
disegno di legge di stabilità 2016 ripropone la possibilità di rivalutare i
beni di impresa risultanti in bilancio al 31 dicembre 2014, dietro pagamento di
un'imposta sostitutiva, nonché la possibilità di affrancare il saldo attivo di
rivalutazione con un’imposta sostitutiva del 10 per cento. L’occasione potrebbe
essere propizia – spiega Luigi Mandolesi -
per riaprire i termini per l’affrancamento dei saldi attivi risultanti
dalle precedenti rivalutazioni all’epoca non affrancati per carenza di risorse
finanziarie da parte delle imprese. L’affrancamento libererebbe dunque tali
riserve rendendole utilizzabili per scopi produttivi, oggi impediti da una
tassazione ordinaria troppo gravosa”.
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